Alitalia: volo a perdere

  • On 14 Novembre 2013

di Stefano Campolo

In Europa i rigurgiti populisti della politica frenano la formazione di grandi compagnie aeree in grado di competere a livello globale. Negli Stati Uniti, al contrario, i principali operatori hanno compreso che non c’e’ tempo da perdere e il processo di fusione si e’ rimesso in moto. Ieri il Dipartimento di Giustizia statunitense ha dato il via libera all’unione tra American Airlines e US Airways da cui nascera’ la piu’ grande compagnia aerea al mondo.

Alitalia, da questo punto di vista, e’ un esempio di scuola. La decisione di Air France di non partecipare all’aumento di capitale di quello che e’ di fatto diventato un vettore regionale con passivi crescenti, e’ solo l’ultimo atto di una storia che sembra tagliata apposta per il riquadro in basso a sinistra del diagramma di Carlo M. Cipolla. Quello, per intenderci, riservato agli stupidi, quei soggetti le cui azioni danneggiano loro stessi oltre che gli altri.

Alitalia continua a volare perche’ e’ periodicamente e pesantemente sussidiata dallo Stato, in forma diretta o indiretta. Nel 2008, Alitalia e’ diventata addirittura il cuore della campagna elettorale che ha riportato Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi per la terza volta. Berlusconi ne fece una questione di italianita’ e convinse gran parte dell’elettorato che il nostro Paese doveva avere un proprio vettore controllato da imprenditori italiani. La campagna elettorale di Berlusconi su Alitalia e’ costata al contribuente italiano qualcosa come 3 miliardi di euro tra prepensionamenti, cassa integrazione e gli asset trasferiti a CAI.

Dei mirabolanti vantaggi lasciati intravedere da Berlsuconi nel 2008 neanche l’ombra. Alitalia perde con costanza quote di mercato da almeno venti anni. Se si escludono due collegamenti in Russia, altrettanti in Brasile e un volo su Pechino, Alitalia non e’ presente nei paesi emergenti. Quelli, per intenderci, dove vanno i giovani italiani a cercare fortuna, gli imprenditori italiani a sfamare l’abnorme appetito di Made in Italy dei nuovi ricchi del mondo e chiunque abbia a che fare con i servizi finanziari. Stiamo parlando degli Stati del Golfo, del Sudafrica, dell’India, di Thailandia, Malesia, Singapore e Australia. Anche Hong Kong, porta finanziaria della Cina, da anni non e’ piu’ tra le destinazioni Alitalia. I bilanci della compagnia di bandiera italiana erano in rosso prima della nascita di Cai e sono rimasti in rosso dopo il 2008.

I francesi avranno molti difetti, ma hanno semplicemente deciso una lucida mossa di uscita rispetto alla strategia suicida che contraddistingue gli italiani. Se vogliamo continuare ad avere una compagnia area che collega pochissime destinazioni di reale interesse per l’economia globale a un costo esorbitante per le finanze statali siamo liberi di farlo. Air France e’ altrettanto libera di andare a cercarsi mercati piu’ profittevoli e, soprattutto, partner piu’ ragionevoli.

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