Air New Zealand revoca bando tatuaggi per staff

  • On 10 Giugno 2019
di Stefano Campolo

Prima o poi doveva succedere. Da mesi ormai aspettavo questa notizia, non certo con l’ansia di chi non vedeva l’ora accadesse, quanto piuttosto con la rassegnazione del conservatore che scorge l’approssimarsi della sconfitta. No, non sono un fan dei tatuaggi, anzi, diciamolo chiaramente, non mi piacciono proprio come molte delle forme esteriori di comunicazione alternativa alla parola e alla scrittura che prendono a prestito il corpo umano o parti di esso. Ma questo è affare mio, l’ho scritto all’inizio, sono conservatore e comincio pure ad avere una certa età, quindi diffido di quelle forme di espressione che tendono a colpire esclusivamente la sfera dell’emotività invece di stimolare nel suo insieme il complesso sistema che ci contraddistingue come esseri umani: oltre alle emozioni ci sono i sensi e la ragione per stare su un piano banale. In ogni caso, la notizia che Air New Zealand ha rimosso il bando dei tatuaggi visibili per il proprio personale di terra e di bordo, non mi sorprende e non mi lascia indifferente.

Quella neozelandese è forse la prima grande compagnia aerea internazionale a prendere una decisione simile, ma come poteva essere differente, visto che un neozelandese su cinque porta uno o più tatuaggi? Dal 1 settembre i suoi dipendenti potranno avere tatuaggi visibili, in modo da essere liberi di “esprimere diversità culturali e individuali”.

La libertà di espressione è l’argomento ricorrente e forse unico per giustificare la copertura del proprio corpo con pigmenti e disegni. Certo, è indiscutibile che ciascuno nel proprio privato agisca come meglio crede, tuttavia in ambito publico, ed è indubbia la natura pubblica di un lavoro a diretto e costante contatto con i clienti, andrebbe presa qualche cautela in più. Perché non tutti si sentono a proprio agio di fronte a espressioni così personali, come appunto i tatuaggi. Per lo più in un contesto altamente specializzato come quello dell’aviazione, ai cui dipendenti viaggianti vengono affidate mansioni di sicurezza tutt’altro che secondarie. Lo so, i disegni che una persona si dipinge sul corpo non riducono le abilità tecniche della stessa, ma a mio avviso ne inficiano la professionalità allo stesso modo se assumessero posizioni politiche o utilizzassero un linguaggio scurrile. Ripeto, nel privato ciascuno di noi crea il proprio mondo a sua immagine e somiglianza, vota per chi gli pare, magari bestemmia o si mette le dita nel naso, ma non vedo perché dobbiamo imporre agli altri modalità e comportamenti che sono e dovrebbero rimanere privati.

In aviazione, fino a qualche anno fa le regole erano rigide, soprattutto per gli assistenti di volo che non dovevano avere tatuaggi visibili. Parliamoci chiaro, era l’ultima barriera rimasta. Dagli anni Cinquanta a oggi una lunga pila di divieti, imposti in maggior parte alle donne, è fortunatamente rotolata a terra, una mattone dopo l’altro. Come non ricordare che fino agli anni Settanta le ‘hostess’ di Alitalia non potevano sposarsi, che venivano scelte in base a criteri estetici come peso, altezza, figura. Lo stesso nome per definirle, ‘hostess’, la diceva lunga sul senso che veniva dato alla professione: piacenti e gentili cameriere a diecimila metri, che poi fossero lì per garantire la sicurezza dei passeggeri – che è la sola vera ragione per cui deve essere presente, semplifichiamo, un addetto di cabina ogni 50 posti – e non viceversa sembrava del tutto ininfluente. Anche adesso, che la cultura lavorativa e le spinte del sindacato hanno contribuito a modificare la denominazione nel più morbido ‘flight attendant’ che resiste negli Stati Uniti o nel neutrale ‘cabin crew’ (personale di cabina) in voga in Europa, le compagnie aeree in molti casi decidono la foggia dei capelli, se e quale make up è ammesso, la lunghezza massima e minima del tacco delle scarpe e un’infinità di altre cose. Marina Iuvara, da oltre vent’anni impiegata sui voli intercontinentali di Alitalia, nel suo godibilissimo “Vita da Hostess” racconta con dovizia di particolari l’elenco degli obblighi e delle restrizioni a cui è sottoposto il personale viaggiante di una compagnia aerea tradizionale. Restrizioni che comprendono ovviamente anche i tatuaggi. E, del resto, basta frequentare per qualche ora i forum online dove si forniscono consigli alle persone che desiderano partecipare ai colloqui per la selezione del personale di cabina di qualsiasi compagnia aerea in Italia o in Europa per trovare con ricorrenza la domanda dei giovani aspiranti riguardo proprio ai tatuaggi. Perché le compagnie aeree fino ad oggi hanno considerato prioritario mettere a proprio agio i clienti, magari in modo asettico e impersonale ed evitare qualsiasi motivo di confronto o potenziale imbarazzo.

Cosa è successo negli ultimi anni da agevolare un rilassamento delle regole da parte delle compagnie aeree, in particolare quelle che non offrono servizi business? Molto semplicemente, il numero di persone tatuate è aumentato enormemente e velocemente. In Europa, secondo una ricerca della Commissione europea, nel 2015 in Europa avevano almeno un tatuaggio circa 60 milioni di persone, circa il 12 per cento della popolazione, con punte del 60 per cento in Lussemburgo e del 50 per cento in Ungheria. In Italia la media è del 12,8 per cento della popolazione, pari a 7 milioni 780 mila individui. Era logico, dunque, aspettarsi modifiche che riflettessero il più generale cambiamento sociale. La decisione di Air New Zealand fa seguito a quella di Virgin Atlantic che da marzo 2019 ha tolto l’obbligo di trucco per il personale femminile, indicando delle linee guida (non obbligatorie) nel caso le dipendenti volessero fare uso del make up.

Per i neozelandesi la questione ha invece connotati storici. Per gli abitandi con origini Maori i tatuaggi sono una tradizione sacra e possiedono un significato genealogico. La compagnia aerea ha specificato che i tatuaggi devono essere “non-offensivi” e in casi dubbi, spetterà a una commissione apposita determinarlo. Un portavoce della compagnia ha dichiarato alla BBC che i tatuaggi saranno assimilati alle espressioni verbali per determinare se siano offensivi o meno. E pazienza, se qualche ottuso conservatore continuerà a ritenere poco appropriata una gamba completamente tatuata che cammina a 10 mila metri di altezza.

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